musica e incontri nel piccolo intenso mondo di Castelnuovo, antico rione di Recanati (MC)

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AmAnticA Folk Festival 2018 con i Lou Dalfin

I LOU DALFIN, LA MUSICA OCCITANA FRA TRADIZIONE E NUOVI GENERI

Saranno i Lou Dalfin, gruppo musicale italiano di folk rock nato nel 1982 nelle valli occitane del Piemonte,  ad inaugurare il palco di AmAnticA 2018, sabato 21 luglio ore 21.30 nel piazzale della Chiesa Santa Maria Assunta, ospiti per la prima volta.
Imitando gli antichi “trovatori” che esibendosi portavano ovunque le prime culture europee, i Lou Dalfin cantano nella tradizionale lingua d’Oc e portano la cultura delle valli occitane subalpine in giro per il mondo. Nella suggestiva cornice del Borgo del Vento, si assisterà quindi ad uno spettacolo unico: la magia della musica ribelle e dei ritmi inaspettati, in una miscela di tradizione e innovazione.

Con 36 anni di carriera e più di 1300 concerti, i Lou Dalfin hanno conquistato i festival, le piazze rock e folk di tutta Europa e i principali club italiani, coinvolgendo gente che vuole fare festa cantare e ballare.

Lou Dalfin

Conosciamo meglio questi portatori della musica occitana, intervistando il cantante, nonché fondatore e leader, Sergio Berardo.

Iniziamo con semplice domanda: perché Lou Dalfin?

É occitano, significa delfino. Lo abbiamo scelto non solo per la simpatia e l’intelligenza che ispira l’animale, ma anche perché è il simbolo della regione occitana a cui appartengono le nostre vallate ed è presente ovunque, su fontane, archivolti, pietre scolpite, decorazioni di mobile. Quindi Lou Dalfin per rimarcare l’appartenenza a un popolo, un’identità.

Parlaci della vostra storia e il percorso che vi ha portati fin qui.

Il gruppo nasce nell’ormai lontano 1982 come gruppo folk revival occitano di quegli anni, quindi abbastanza acustico e liturgico, costruito sui canoni di quello che era il recupero musicale di quegli anni: la ghironda, la fisarmonica diatonica e cromatica, i flauti, il clarinetto e il violino. Abbiamo portato avanti questo genere di attività per cinque anni, con concerti sia per le nostre vallate in Italia, che per l’Occitania transalpina, quindi quella dello stato francese. Il nostro gruppo, poi, si interrompe per un periodo in cui sono andato a suonare in altre formazioni, per poi rinascere nel 1990, ma con l’intento di uscire dal ghetto del folk tradizionale e acustico, perché mi ero reso conto che quella Occitana era una musica tradizionale ma non popolare. Veniva quindi suonata, ascoltata e ballata più per dovere culturale che per divertimento, smettendo quindi di assolvere a una delle sue funzioni fondamentali. Abbiamo unito gli strumenti  più tradizionali con quelli più attuali come il basso, la batteria, la chitarra elettrica e cercato di fare una musica più inserita nel tempo in cui viviamo. Da lì i Lou Dalfin diventano una vera e propria rivoluzione per la società delle nostre valli così come la musica stava diventando sempre più seguita, un elemento fondamentale per la specializzazione delle nostre terre: sono infatti nati altri gruppi, sono nati i corali, insomma una vera esplosione. La stessa idea di Occitania che la gente faticava ad accettare, è oggi diventato qualcosa di comunemente recepito.

Quali sono le tematiche delle vostre canzoni?  

Noi prima facevamo musica da ballo, poi un pò per volta invece di cantare le canzoni più tradizionali, abbiamo iniziato a comporre cose nuove creando così una nuova forma: quella della danza canzone, ovvero delle canzoni che raccontano delle storie, degli stati d’animo, dei sentimenti, su delle musiche che però sono rigorosamente costruite sugli stili della danza occitana. Parliamo dell’epoca dei banditi e dei contrabbandieri  ma anche delle vicende di serial killer di montagna, storie degli immigrati, temi legati alla disoccupazione o storie più leggere di villeggiatura e chissà quante altre ancora.

Prima hai parlato di uno strumento tipico della musica occitana: la ghironda.

É lo strumento dei suonatori ambulanti delle nostre valli, quello di gente che si guadagnava da vivere suonando per le strade.

Funziona grazie allo sfregamento della corda, ma a differenza di altri strumenti ad arco come il violino o  il violoncello in cui la corda è sfregata da un arco, nella ghironda è toccata da una ruota dall’interno. Quindi se con un arco il suono ha un inizio e una fine, nella ghironda la ruota gira sempre e il suono accompagna tutto il brano, senza mai interromperlo.

I Lou Dalfin festeggiano trentasei anni di vita, qual è il vostro segreto? 

Il segreto per restare insieme tutti questi anni è quello di suonare divertendosi, non prendendosi mai troppo sul serio e soprattutto avere un legame con un territorio. Credo che un’identità si debba avere, anzi, se qualcuno non sa chi è, risulta poco aperto all’accoglienza e maldisposto verso gli altri perché ne ha paura. É uno dei più grossi problemi di questi tempi quello di non sapere più nemmeno da che parte nasca il sole, di vivere in un mondo e non sapere più che forma abbia, proprio perché non siamo capaci di vedere i problemi degli altri. Se si possiede invece una propria tradizione e un senso di appartenenza alla propria terra, sai chi sei e su cosa sei costruendo un tuo mondo e avendo meno paura degli altri. Un altro importante segreto è inoltre quello di non precluderci nuove esperienze, avere spazi anche per altri progetti, senza tralasciare ne sminuire il gruppo.

Che tipo di pubblico avete di fronte più spesso?

Non abbiamo un unico pubblico, la scommessa è quella di riuscire sempre a farci capire da tutti e far provare delle emozioni. É un pò come con una squadra di calcio: devi saper adattare il tuo gioco in base a chi hai di fronte e riuscire a fare adattare lui a te.

La lingua dei vostri testi è un punto a favore oppure limita chi vi ascolta?

Ho l’onore di cantare nella lingua dei trovatori, quindi se capita che alcune volte la gente non capisce delle parole, spiego i testi. Credo succeda lo stesso con le canzoni inglesi, qualcosa sfugge di sicuro e lo stesso accade con l’occitano. Anzi, ora che con la Brexit l’Inghilterra  non fa più parte dell’Unione Europea, vorrei avanzare la proposta di riportare l’occitano come lingua culturale e ufficiale dell’Europa, così come è stato nel tredicesimo secolo. Non si sa mai, magari un giorno verrà accettata.

Le vostre canzoni sono molto seguite anche dai giovani: la musica tradizionale è quindi amata dalle nuove generazioni?

La nostra musica è seguita da giovani di tutte le età e non solo. I ragazzi ci seguono e si integrano con un pubblico più grande: è incredibile scoprire come persone di età differenti convivano nello stesso contenitore spazio-temporale ogni volta che suoniamo. É un fenomeno molto importante perché ormai viviamo sempre più divisi da barriere, le persone comunicano sempre meno per via delle loro origini, della loro età o semplicemente per come sono fatte. Invece, quando c’è una comunità, i giovani e i meno giovani interagiscono, magari non ballano insieme, ma ascoltano la stessa canzone. Ho un’orchestra occitana in cui suonano elementi di età compresa fra i sette e i settant’anni: è veramente una grande emozione.

Come immaginate la vostra esperienza a Recanati, con AmAnticA?

Recanati è un paese veramente conosciuto, soprattutto per me visto che vi risiede il più grande costruttore di organetti del mondo, quindi non posso non conoscerla. È la prima volta che partecipiamo a questo festival e siamo contenti di portare la nostra musica ovunque, dalla Corea del Sud, all’Equador, in Europa ma anche in piccole città o borghi come Recanati, con belle manifestazioni come AmAnticA. Bisogna sapersi esibire in tutte le situazioni, noi suoniamo sia per chi balla che per chi non sa ballare, ma soprattutto per chi ascolta come sarà sicuramente il pubblico di Amantica.

L’essenza e la natura della cultura d’oc sono racchiuse nel vostro ultimo album “Musica Endemica”, uscito nel 2016.

In Musika Endemica parliamo, cantiamo e suoniamo di un gruppo di briganti che dopo la guerra d’indipendenza dell’Ottocento non riescono a reinserirsi nella società, ma anche del concerto di Manu Chao a Cuneo e di una irreale rivoluzione di stampo sud-americano in Provincia di Cuneo; trovano spazio le vittime della crociata del 1209, come l’annegato di Muret e delirio del traffico metropolitano in una città sorella come Barcellona. Musika Endemica è come una pianta, una malattia, qualcosa che c’è in un determinato posto.

Progetti futuri?

Ora sto lavorando sia con i Lou Dalfin che in un altro progetto fatto insieme a Madaski degli Africa Unite, in cui uniamo la musica occitana e i suoi strumenti tradizionali, con la musica elettronica. È importante trovare nuovi orizzonti e una caratteristica della nostra musica è proprio quella di essere aperti alla comunicazione, alla ricerca, al contrabbando, visto che i nostri suonatori erano ambulanti. Vogliamo portare emozioni, cultura e stati d’animo. Registrerò questo nuovo disco, poi ne farò un altro con i Lou Dalfin l’anno prossimo. Si lavora in tutte le direzioni.

Tradizione, energia, innovazione a passo di ghironda: AmAnticA è pronta ad accogliere il ritmo rock occitano dei Lou Dalfin con Sergio Berardo (ghironda, fisarmonica diatonica, flauti, chitarra e voce), Dino Tron (organetto, fisarmonica cromatica e cornamusa) Riccardo Serra (percussioni), Enrico Gosmar (chitarra), Carlo Revello (basso), Mario Poletti (mandolino e banjo) e Sonia Cestoraro (tible e gralla).

Marta Affricani per AmAnticA